Molte cose stanno cambiando. Dentro e fuori di noi. Spesso, purtroppo o per fortuna, non ce ne accorgiamo. Alcuni cambiamenti sono leggeri, superficiali: piccole e impercettibili scosse di assestamento. Altri, invece, sono dei veri e propri movimenti tellurici. Improvvisi, profondi. Il piccolo libro che ho recentemente pubblicato per Terra Nuova Edizioni, “Vivere Basso, Pensare Alto …o sarà crisi vera”, ha tra le altre finalità quella di narrare l’esperienza del cambiamento in termini anche soggettivi (*).
Vedilo come un film, se vuoi. E, se è un film, puoi viverlo e raccontarlo da regista, da sceneggiatore, da attore protagonista o da semplice comparsa. LLHT, il mio blog, ha finora veicolato prevalentemente i primi due. Presto, usciranno anche le impressioni soggettive, le cronache quotidiane. Sono altrettanto necessarie. Anche perché, fornendo i dettagli, completano il quadro. Lo rendono tangibile, condiviso.

Le discipline sociali e la valutazione economica, il loro influsso su un processo cognitivo consapevole e tecnicamente rivoluzionario… certo, sono fondamentali. Ma il processo è sempre, prima di tutto, in interiore homine: all’interno del nostro io. Le vere rivoluzioni, perché siano cambiamenti strutturali, partono da dentro. I cambiamenti che ci procura esclusivamente il contesto esterno (quello intermediato dalla politica, per esempio) sono inevitabilmente posticci, in quanto eterodiretti, mai del tutto nostri. Certo: noi possiamo e dobbiamo reagirvi, ricorrendo alle nostri doti migliori, ai nostri ammortizzatori psichici, alla nostra resilienza. Ma ciò che parte da dentro è profondamente diverso. Si chiama consapevolezza. Ed è molto pericoloso. Non per sé. Per gli altri.

E allora parti con un’idea. La sviluppi. Poi, la scintilla del coraggio. O della spregiudicatezza. O dell’incoscienza. Chiamala come vuoi, non importa il nome. Resta il fatto che, qualunque cosa sia, prende avvio il distacco dallo schema precedente. Il senso della responsabilità, prima di tutto. Prima era atrofizzato, rintanato in un angolino della mente, delegato ad altri. Perché in fondo, in un modo o nell’altro, al 27 del mese ci saresti comunque arrivato. Ci saresti voluto arrivare. E ti saresti così potuto permettere di soddisfare quelle due o tre vogline passeggere, come il paio di scarpe nuove. Quelle a cui non si rinuncia mai. Perché questa società ci ha insegnato a non rinunciarvi. In quanto, rinunciandovi, diventeresti un “perdente”. Astuzie del consumismo…

E allora, proprio mentre io adesso sto scrivendo questo post, prima di andare a nuotare e nel pomeriggio andare ad accordarmi per un nuovo progetto che sta per partire, qualche “vincente”, nel suo ufficio, sta magari assecondando le deliranti richieste del proprio responsabile, le quali gli consentiranno, in base a questo perverso meccanismo, di sentirsi ancor più vincente perché… per sbrigare quell’incarico (fondamentale per le sorti dell’umanità, ne sono certo) è stato scelto proprio lui e non il suo collega di scrivania.

Prima cosa: cambiano le abitudini. Seconda cosa: quelle che credevi giusto definire rinunce, ora le chiami più propriamente… focalizzazioni. Così, non rinunci a un paio di scarpe nuove: ti focalizzi su quelle che già hai. Non rinunci alla televisione: ti focalizzi sul tuo non averne mai avuto alcun bisogno. Non rinunci a un reddito fisso: ti focalizzi sulla (più modesta) monetizzazione delle tue passioni. Non rinunci a un’amicizia: ti focalizzi su quelle che restano e quelle che arriveranno. E, così facendo, ti alleggerisci. Togli la zavorra superflua, le distrazioni inutili. E resta la parte più autentica di te. Quella che in pochi conoscono.

Poco fa, un amico che sta camminando sulla fune si confidava via sms con me, chiedendomi come ci si accorge di quando è giunto il momento di… mollare la presa. Quando la misura è cioè colma. Qual è il segnale? Quello definitivo, quello che non puoi ulteriormente ignorare? Gli rispondo che non c’è un segnale. Che il momento non lo scegli tu. E’ lui che sceglie… te. Tu scegli al massimo le microdinamiche. Decidi se assecondarlo gradualmente o se saltarci sopra, spronandolo all’impazzata verso il nuovo orizzonte che hai scelto. Il grosso del lavoro lo fai prima. E, in parte, dopo. Ma mai nel “durante”. I gradi di libertà di “quel” momento sono pochi, molti meno di quanti si potrebbe credere. Subito dopo, però, quei gradi di libertà schizzano alle stelle! Ed è qui che capisci di quale pasta sei fatto. Di che materiale sono fatte le tue ossa. E le sensazioni, questa volta, non posso raccontarle: non esistono le parole!

Un paio di weekend fa, mi trovavo a un convegno speciale. Vedo e parlo con decine di persone, compreso qualche personaggio di rilievo, diciamo. Al mio tavolo, a un certo punto, noto come un paio di persone si stiano perdendo nelle mie parole. Sguardo lontano. Sognante, mi pare. Rifletto: un anno prima quella scena non avrebbe potuto avere luogo. Perché io non ero quella persona che stava parlando, un anno prima! Non ero la persona che, armata delle sue conoscenze, delle sue motivazioni, della sua carica espressiva, stava “trasmettendo” a dei perfetti sconosciuti.

Dobbiamo vergognarcene? Sì, un po’ sì. Ma non per quello che siamo adesso: per quello che non siamo mai stati prima. Vittime ignare (ma imperdonabilmente colluse) di un meccanismo sociale scientificamente concepito per farti credere di non valere nulla. Salvo poi scoprire invece in qualche pubblicità che TU VALI. E’ tutto così ben congegnato e lubrificato! Tu non devi preoccuparti di nulla. Perché tanto qualcuno che pensa al posto tuo lo si trova sempre. Qualcuno che mentre cammini sulla fune metterà una rete sotto di te. Nel bene e nel male. L’importante è che tu stia zitto. Che cammini lentamente e guardi avanti. A tutto il resto pensiamo noi: tu pensa solo a non fare l’onda…

No, non servono i famigerati talenti, quelli che ti insegnano a rivitalizzare nei corsi di empowerment. No. Perché sono le persone, da sole, a selezionare e ad abbracciare le proprie responsabilità! Mai il contrario. Ma non penso tanto alle responsabilità stabilite a tavolino per te da qualcun altro, no. Mi riferisco a quelle che invece riescono a fare di te ciò che veramente ti serve, ciò che veramente vuoi e devi essere. Per te.

La vita non è mai riempire una casella. O prendere il famoso cioccolatino dalla scatola. O compilare un questionario di valutazione. O, peggio, lasciare che sia qualcun altro a compilartelo. La vita non è nulla, se non abbiamo il TEMPO per farla nostra.

E allora quella casella dobbiamo disegnarla noi, ancor prima di riempirla! E sarà di una dimensione adeguata alle nostre forze. Di una difficoltà adeguata alla nostra tenacia. Di una rigidità adeguata alla nostra flessibilità. Le regole possiamo e dobbiamo deciderle noi. Sennò sarebbe meglio, paradossalmente, non essere nemmeno mai nati.

Molte cose le perderai per strada, ovvio. Perché, quando le avevi raccolte, non avevi evidentemente ancora un’idea chiara delle tue forze, della tua tenacia, della tua flessibilità. A quei tempi, queste doti erano illusoriamente certificate da un sistema che altri governavano al posto tuo. I progettisti della tua vita sono sempre stati altri. Si chiamavano scuola, mondo del lavoro, politica, Stato. Quando invece ti rendi conto che sei perfettamente in grado di sopperire autonomamente a queste subdole sovrastrutture sociali, ti sbarazzi delle cose che inevitabilmente da esse dipendevano. E che ti davano dipendenza. Ti focalizzi, appunto. E ci sei adesso tu.

(*) Il libro “Vivere Basso, Pensare Alto” è distribuito nelle librerie di tutta Italia, nei negozi “bio” convenzionati con Terra Nuova e nelle principali librerie online.

Pubblicato su Scuola di Pallavolo Anderlini News n.89/2015

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