Nell’ultimo numero di S.di P. Anderlini News è apparsa una bellissima intervista ad Angelo Lorenzetti, allenatore di Modena Volley, che ha da poco vinto la sua undicesima Coppa Italia. Ecco alcuni passaggi.

Ciao Angelo, per iniziare vorremmo che ti presentassi descrivendo quali sono stati i momenti, della tua lunga e celeberrima carriera, più importanti, sia da un punto di vista sportivo che etico.
Orgoglioso di essere un allenatore marchigiano. Ho iniziato ad allenare da giovanissimo (19 anni) perché Paolo Tofoli (giocava nella mia stessa società!) mi faceva capire quotidianamente che le mie mani d’alzatore non mi avrebbero portato molto lontano. Ho allenato tutte le categorie giovanili e in tutte le serie. Grazie a Velasco ho avuto la fortuna e l’onore di seguire per molti anni le nazionali giovanili… bellissimo! Mi è capitato, assieme alle mie squadre, di vincere (non molto!) e ovviamente di perdere (anche troppo! Ah ah!). Talvolta mi è successo di non godere molto di qualche vittoria e, al contrario, di vivere sconfitte che mi hanno lasciato dei ricordi indimenticabili.

L’etica ci insegna che arbitri ed avversari sono sempre da rispettare anche quando commettono errori grossolani. Sicuramente ti è successo in qualche circostanza di non essere ‘etico’, ci puoi descrivere cosa hai provato, pensato e come hai agito? E in seguito a questo tuo comportamento quali sono state le conseguenze manifeste e non?
Già proprio così! Quello del rapporto con gli arbitri è un tema… “croccante”. I principi li conosciamo e quando scendiamo in campo li abbiamo ben chiari in mente. Poi capita che nel corso di una partita le emozioni si… ingarbuglino e non sempre si riesce a tenere fede ai buoni propositi. Con il passare degli anni e lavorando su me stesso, gli episodi di “malagestione” del rapporto con la classe arbitrale sono diminuiti di molto. Tuttavia non nego che ancora qualche volta accada che tra me e l’arbitro lo scambio di opinioni avvenga con toni troppo accesi ed esasperati. Ritengo comunque che il confine del rispetto non venga mai oltrepassato. Da considerare anche che durante la partita c’è un sottile gioco delle parti fra arbitri, giocatori e allenatori delle due squadre non sempre visibile agli occhi di chi guarda l’incontro. Il tema di questa “partita” è il condizionamento. Un argomento che, secondo il mio punto di vista, dovrebbe essere oggetto di studio della classe arbitrale ma, negli incontri avuti con i loro responsabili, ho notato sempre una forte chiusura sulla questione.

Un tuo atleta ti hai mai detto: “ci dici sempre di fare così ma tu sei il primo a non farlo…”? In che cosa senti di essere un esempio di comportamento per i tuoi atleti in quanto sei coerente tra pensieri e agiti? Ritieni che la coerenza comportamentale possa essere sacrificata per favorire altre scelte? Hai qualche esempio?
Ad inizio anno e con ogni gruppo sono solito esporre i principi che saranno alla base del mio “fare” in palestra. Li enuncio ai giocatori e chiedo loro dei feedback ogni volta che noteranno delle discrepanze tra ciò che dico e/o faccio e i principi dichiarati. Non mi sento un esempio per i miei giocatori. Mi sento responsabile. Sono cioè consapevole che ogni mia azione e ogni mia dichiarazione si riflettono sul nostro lavoro in palestra e che, come sosteneva il mio maestro, quello che chiamiamo “civiltà”, “cultura” o altro, contiene un pò di invenzione e molta imitazione. Pertanto è necessario che ogni mia parola o pensiero, ogni manifestazione dei miei sentimenti sia ragionata e funzionale ai nostri obiettivi. In questo percorso quotidiano è capitato qualche volta che un giocatore mi si sia avvicinato per chiedermi conto di qualcosa che secondo lui non era in linea con i principi esposti. Reputo ciò una cosa del tutto normale e soprattutto un momento importante di crescita. Come dire… ogni feedback è un regalo.

Etica e agonismo sono concetti che si oppongo, che si possono coniugare insieme o addirittura indivisibili?
Il vedere l’agonismo come un comportamento “non-etico” significherebbe considerarlo illecito. L’agonismo invece è l’essenza dello sport. Senza agonismo non c’è sport. Il fatto che in certe situazioni l’uomo gareggiando adotti dei comportamenti “non-etici”, non significa che occorre migliorare lo sport depurandolo dall’agonismo, bensì che è necessario “correggere” l’uomo nel sapere gestire meglio l’esito positivo o negativo di una sfida.

Leggi l’intervista integrale sul n.88 di S.di P. Anderlini News