I COMPONENT DEL CONSIGLIO DIRETTIVO POSSONO ESSERE RETRIBUITI? E’ DITRIBUZIONE DI UTILE? CHI PUò’ PERCEPIRE I FAMOSI 7.500 EURO?

Dopo aver fornito una panoramica (speriamo utile) sugli adempimenti cui gli Enti Non Profit devono allinearsi, cerchiamo di rispondere ad una delle domande più ricorrenti che sono soliti porsi la maggior parte degli operatori degli Enti Associativi: “rivesto una carica all’interno del Consiglio Direttivo: posso essere pagato”? La questione è molto delicata. Infatti, in linea astrattamente teorica, la risposta al quesito secondo la normativa attualmente vigente dovrebbe essere affermativa, ma tale impostazione potrebbe innescare una serie di criticità che cercheremo di delineare di seguito.

Gli Enti senza scopo di lucro infatti (Associazioni Sportive Dilettantistiche, Culturali, di Promozione Sociale, ONLUS, SSD…) non possono, per legge, distribuire in via diretta e/o indiretta utili e avanzi di gestione (così l’art. 10 co. 1 lett. D del D. Lgs. 460/1997). Ciò significa che non è possibile che vengano corrisposti denari ai membri del Consiglio Direttivo (e ovviamente nemmeno ai Soci del sodalizio) per la semplice carica ricoperta. Detti soggetti possono però essere compensati per le attività che essi realmente prestano (stante ovviamente il rispetto dei requisiti imposti dalla normativa nel singolo caso di specie, e dunque ad esempio l’esistenza e la stipula di apposito contratto di lavoro/collaborazione, ecc). La criticità che emerge in relazione a questo aspetto ruota dunque attorno alla dimostrabilità certa che i compensi percepiti da un componente del Consiglio Direttivo di un’Associazione o da un socio della stessa siano riconducibili ad attività che effettivamente sono state svolte per il bene del sodalizio. In parole più semplici: posto che, come precisato, esiste per legge il divieto di distribuire direttamente e/o indirettamente utili e avanzi di gestione, ma non quello di compensare chi presta la propria opera per l’Ente, in sede di un’eventuale verifica ed a fronte di specifiche contestazioni in tale direzione occorrerà dimostrare che i denari corrisposti ad un componente qualsiasi del Consiglio Direttivo od anche ad un Socio (e da questo soggetto ovviamente regolarmente fatturati o comunque erogati sulla base di un altro contratto se non si tratta di un professionista) rispondono alle attività che questi hanno effettivamente prestato a favore dell’Ente e per la crescita del sodalizio, non per la carica rivestita all’interno dell’Associazione né tantomeno per trarne un lucro ed un beneficio strettamente personale (sotto tale profilo precisiamo che fanno eccezione le Associazioni di Volontariato costituite ai sensi della legge 266/1991 per le quali è espressamente vietata dalla legge la possibilità di corrispondere compensi a soci e amministratori).

I compensi dovranno pertanto essere proporzionati all’attività svolta, oltre che ovviamente al volume delle entrate dell’Ente, nella consapevolezza che non esiste un parametroo una regola precisa, salva la previsione del già citato art. 10 del D. Lgs. 460/1997 (questa volta co. 6) in base al quale “si considerano in ogni caso distribuzione indiretta di utili o di avanzi di gestione:
a) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi a soci, associati o partecipanti, ai fondatori, ai componenti gli organi amministrativi e di controllo, a coloro che a qualsiasi titolo operino per l’organizzazione o ne facciano parte, ai soggetti che effettuano erogazioni liberali a favore dell’organizzazione, ai loro parenti entro il terzo grado ed ai loro affini entro il secondo grado, nonché alle società da questi direttamente o indirettamente controllate o collegate, effettuate a condizioni più favorevoli in ragione della loro qualità…
b) l’acquisto di beni o servizi per corrispettivi che, senza valide ragioni economiche, siano superiori al loro valore normale;
c) la corresponsione ai componenti gli organi amministrativi e di controllo di emolumenti individuali annui superiori al compenso massimo previsto dal decreto del Presidente della Repubblica… per il presidente del collegio sindacale delle società per azioni;
d) la corresponsione a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, di interessi passivi, in dipendenza di prestiti di ogni specie, superiori di 4 punti al tasso ufficiale di sconto;
e) la corresponsione ai lavoratori dipendenti di salari o stipendi superiori del 20 per cento rispetto a quelli previsti dai contratti collettivi di lavoro per le medesime qualifiche”.

Ora voltiamo pagina ed affrontiamo un tema che sta a cuore a tutti i gestori e collaboratori di Enti sportivi.
La Legislazione italiana evidenzia e privilegia la funzione ed il ruolo sociale dello sportivo dilettante. Per questo motivo sono state introdotte dal Legislatore talune norme di legge (133/99, ora 342/00) che, considerato il forte e alto impatto sociale delle attività sportive dilettantistiche e senza fine di lucro, hanno determinato e definito aree di neutralità fiscale (o di imposizione estremamente contenuta).
I compensi erogati ex legge 342/2000 si configurano quali “redditi diversi” ai sensi dell’articolo 67 del DPR 917/86 (TUIR). Detto articolo stabilisce che per qualificare un reddito come “diverso” sia necessario che lo stesso non venga percepito nell’esercizio di arti e professioni, e nemmeno in relazione alla qualità di lavoratore dipendente. Precisa quindi, alla lettera m) di detto articolo, che non costituiscono redditi di capitale “le indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spesa, i premi e i compensi erogati ai direttori artistici ed ai collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filodrammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, e quelli erogati nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle Federazioni sportive nazionali, dall’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine (UNIRE), dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi
sia riconosciuto”.
La circolare ENPALS 13/2006 poi, definisce il reddito professionale sulla base dell’esame dell’attività posta in essere, qualificandola a patto che emergano in via concorrente i seguenti indici:
1) l’attività, quantunque esercitata in via non esclusiva né preminente, si sviluppi con caratteristiche di abitualità (per la definizione si legga la Cass. Sez. III pen., 20 giugno 1988, n.1052);
2) la misura delle somme complessivamente percepite non abbia caratteristiche di marginalità.

Per comprendere dunque quali requisiti debbano essere soddisfatti per poter beneficiare della disposizione agevolativa in argomento occorre dunque distinguere l’attività sportiva dilettantistica da quella professionistica. Sul punto la dottrina più recente ritiene che la distinzione tra prestazione professionistica e dilettantistica dovrebbe avvenire sulla base del concetto di prevalenza, ricorrendo ad una valutazione da effettuarsi caso per caso e in concreto (dalla qualificazione delle singole Federazioni), in quanto la prestazione sportiva in modo continuativo e oneroso non è di esclusiva prerogativa dello sportivo professionista.
In proposito si legge infatti che è “da considerarsi […] come professionistica la prestazione esercitata prevalentemente o esclusivamente dietro un compenso che fornisca la fonte principale di sostentamento all’atleta e che, in concreto, sia di importo superiore al limite imponibile, esente da I.R.P.E.F. (e non cumulabile con altro reddito) fissato per i rimborsi spesa degli sportivi dilettanti”, ed al riguardo è chiaramente richiamato il parametro di € 7.500,00).
Stanti tali premesse, a fini riepilogativi, questo risulta essere il quadro di riferimento:
– i redditi ex legge 342 così come disciplinati dal combinato disposto con l’articolo 67 del TUIR si qualificano “diversi”, segno evidente che non possono rappresentare la principale fonte di sostentamento del percettore;
– tali redditi si possono percepire a condizione che lo sportivo dilettante che ne beneficia veda soddisfatto sia il requisito soggettivo da parte dell’Ente che li eroga (iscrizione al Registro del CONI) sia quello oggettivo proprio del percipiente stesso (qualificazione dilettantistica dell’attività svolta); – i redditi “diversi” così come qualificati non prevedono contribuzione previdenziale alcuna, segno evidente che non possono rappresentare compensi di lavoro (dipendente e/o autonomo) per l’attività svolta.
Pertanto, se mi considero un professionista qualificato nel settore sportivo (istruttore, personal trainer…) e questa costituisce la mia professione, non posso qualificarmi quale sportivo dilettante solo per usufruire degli indubbi vantaggi fiscali rappresentati da neutralità fiscale e previdenziale.

Per ulteriori richieste specifiche e/o di approfondimento, si precisa che il presente articolo è stato predisposto a cura di:
Dott. Stefano Bertoletti
Dott. Gabriele Aprile
Dott. Alberto Gambone

Pubblicato su Scuola di Pallavolo Anderlini News n.87/2014

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