Continuiamo le interviste ai grandi del Volley e oggi abbiamo l’onore ed il piacere di confrontarci con uno dei maggiori “opinion leader” di questo meraviglioso sport: John Kessel.

Buongiorno John, quale è il luogo dove ti senti più a tuo agio?
Certamente nel mio ufficio dell’USA Volleyball, pieno di ricordi di 50 anni di pallavolo, di quando giocavo, coaching, letture e le cose che mi fanno pensare e creare mentre collaboro con amici come Doug Beal e tanti altri, inclusa una lettera di mio nonno del 1972 che mi ha ispirato quando ho iniziato ad allenare a livello di college. Nella lettera ci sono le parole: “Molti dei vostri studenti non saranno mai atleti famosi, ma tu puoi fare molto per costruire la loro personalità”.

Quale è il tuo ricordo sportivo più bello?
Essere stato a bordo campo durante le prime medaglie olimpiche americane degli uomini e delle donne nel 1984 come responsabile dei vip della pallavolo per il Comitato Olimpico di Los Angeles. Questa esperienza è rappresentata perfettamente in un acquerello chiamato “Turning Point” che è nel mio ufficio USA e descrive il momento in cui la Nazionale USA di pallavolo ha trasformato la sua massima forza dal fuori campo al campo raggiungendo i massimi traguardi mondiali!

Quale è il tuo ricordo sportivo più brutto?
Il giorno nella primavera del 1980 in cui il presidente Carter ha annunciato il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca da parte degli Stati Uniti… Avevo molti amici, tra cui la mia futura moglie Laurel Brassey, che si erano finalmente qualificati ai NORCECA, per la prima volta in 12 anni. Laurel fortunatamente ha continuato a giocare in Italia con me e infine, è riuscita ad andare alle Olimpiadi nel 1988 in USA.

Quale sogno, anche sportivo, devi ancora realizzare?
Vorrei che in ogni palestra non ci fossero sempre solo il canestro del basket, ma anche una rete da pallavolo. Solo una, così che quando qualcuno vuole giocare con anche solo un amico (dopo tutto l’inventore del gioco W.G. Morgan ha iniziato con l’opzione 1 contro 1) non ci vogliano 30 minuti per montare la rete, ma sia subito fruibile. Al momento, per giocare dobbiamo alzare i canestri e montare la rete da pallavolo, quindi alla fine ripetere il processo inverso con una perdita di tempo incredibile. Inoltre il mio lavoro di Direttore dello Sviluppo Sportivo e di istruttore FIVB da quasi 30 anni, mi porta a condividere fatti, non opinioni, in tutto il mondo, finora in 53 diverse Nazioni e in tutti i 50 Stati degli Stati Uniti, ma ci aspetta ancora tanta crescita.

Nell’ambito sportivo a che cosa non rinunceresti mai?
Non rinuncerei mai al pensiero positivo, al vedere la sconfitta semplicemente come parte dell’apprendere e quindi al lavorare duro per seguire il moto olimpico di Citius, Altius, Fortius. Ciascuno di noi può essere migliore anche se uno solo potrà essere il migliore. È molto importante per noi allenatori richiedere a noi stessi lo stesso livello di miglioramento e di apprendimento che pretendiamo dai nostri giocatori. Dobbiamo concentrarci sul punto successivo in allenamento o in gara e non soffermarsi su quanto è successo. Alla fine si tratta di questo: “non si perde mai! Si vince o si impara!”.

Il concetto di etica può avere un valore universale nello sport?
Le lezioni di etica che si trasmettono attraverso lo sport dipendono dal leader del gruppo. È il processo non il risultato che conta. L’allenatore John Wooden l’ha detto meglio: “Nessuna parola scritta, nessun discorso parlato possono insegnare ai nostri giovani cosa dovrebbero essere, nemmeno tutti i libri sugli scaffali. Essi sono ciò che sono i loro insegnanti.”

Come si traduce e si sviluppa questo termine dello sport statunitense? In Italia è molto carente un’educazione allo sport e se ne possono notare i riflessi anche nella società civile. E negli USA come vanno le cose?
Mi viene in mente questa citazione di qualche anno fa: “Non vedo alcun futuro per il nostro popolo se dipende dai giovani d’oggi”. Quando ero giovane, ci insegnavano ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani d’oggi sono incredibilmente saggi (irrispettosi) e impazienti nei confronti delle limitazioni. La risposta è stata data nel 700 avanti Cristo, quasi 3000 anni fa… “Penso che ciascuna generazione dirà cose peggiori di quelle della generazione precedente.” Penso che alla fine quello che importa di più sia la “mission statement” del club. Io seguo innanzitutto i principi prim’ancora dei metodi e se i tuoi principi parlano dell’etica poi puoi scegliere metodi nello sport e nella vita che li seguono; ma se tu non ti basi sui principi, non ci si può aspettare da te alcun metodo, compresi quelli etici. Di questi tempi con Twitter, Facebook e con tutti quanti che hanno un telefono, vengono divulgate notizie che avrebbero potuto non essere viste o credute. Queste parole e queste azioni vengono poi condivise pubblicamente e non è possibile farle svanire. Quindi allenatori e giocatori devono essere ancora più focalizzati nel fare la cosa giusta sia sul campo che fuori dal campo.

Lo sport ha bisogno dell’etica?
Sì, noi giochiamo seguendo le regole ufficiali e quelle non scritte. La chiave è la sportività unita all’Olimpismo. Non molti allenatori o giocatori conoscono il termine “Olimpismo”, ma tutti gli atleti, di qualunque età, possono seguire quella strada e le sue ragioni etiche.

Nel tuo essere stato atleta, nel tuo diventare allenatore e nel tuo essere uomo, l’etica e la morale che ruolo hanno giocato? Ci puoi raccontare qualche episodio significativo su questo argomento?
Crescendo e praticando sport abbiamo imparato l’uno dall’altro le regole. Non avevamo adulti che ci facevano da arbitro. Litigavamo e facevamo “playovers” se non riuscivamo a metterci d’accordo. Quando giocavamo a pallavolo, dichiaravamo noi stessi il tocco della rete e se la palla era dentro o fuori. Ora invece a qualsiasi età abbiamo adulti responsabili ad allenarci e a insegnarci. Infatti, siamo passati da un periodo in cui i bimbi guardavano i loro genitori giocare, ad uno in cui sono i genitori che vanno e guardano i loro bimbi giocare. Io sono un grande fan dei bimbi che fanno ginnastica all’aperto, con gli adulti che li osservano, ma con i bimbi che si gestiscono i “conflitti” e le regole da soli. Sono un grande fan dei bimbi di undici anni che fanno da mentori e insegnano a giocare e a fare sport ai bimbi di nove anni o più piccoli, con gli adulti che fanno semplicemente da supervisori, perché alla fine quello che insegni è quello che impari. Nei miei programmi i bimbi sono gli allenatori degli altri bimbi più piccoli.

Nella nostra carta etica, ed in particolare nella sezione specifica dedicata ai genitori, ci soffermiamo
sul comportamento genitoriale. Cosa ne pensi della frase di cui ormai si sono appropriati molti allenatori, ovvero: “Vorrei allenare una squadra di orfani”? Quale è la tua esperienza in merito?
Sì, quella frase dell’allenare orfani è ormai un classico. Quello che vedo, avendo allevato due figli come genitore single da quando avevano 3 e 5 anni, è che i genitori hanno ridotto il loro ruolo genitoriale e vogliono essere più amici dei loro bimbi. I principi di come si impara non cambiano nell’allenamento, nell’insegnamento, o nell’essere genitori. Sta nel bambino il sapere di essere capace di fare le cose e non nei genitori o negli allenatori. La frase di Wooden è importante: “Se non hanno imparato vuol dire che non gli hai insegnato!”. Sento dire da tanti allenatori: “Gliel’ho insegnato, ma…!”. Se non imparano, bisogna trovare altri modi per far sì che la lezione arrivi. “Il nostro compito è di dare ai nostri ragazzi radici e ali”. Spesso nel cercare di dare le radici e le ali ai nostri figli commettiamo tanti errori. Genitori bulldozer che puliscono il cammino per i loro ragazzi, invece che lasciar fare il lavoro ai ragazzi. Genitori elicotteri che girano sempre attorno ai loro ragazzi e non lasciano che i ragazzi prendano il volo da soli. I miei figli hanno giocato a 10 sport mentre crescevano, ma ancora più importante, erano capitani delle loro squadre. Lo sport riguarda lo sviluppo dell’intera persona non solo delle abilità sportive. Penso che alla fine si tratti dei genitori che non capiscono che il “cadere” rende i loro figli più forti e non più deboli, dal momento che è parte del processo della vita e dell’imparare. Detto questo, penso che troppi genitori non capiscano che non è la gloria della partita che insegna ai loro figli lezioni importanti di vita, ma il lavoro duro dell’allenamento. Ho scritto un blog recentemente su questo argomento sul sito USA Volley che ha stabilito il record per il numero dei likes con oltre 2000 likes. Io invito tutti i genitori a venire a vedere l’allenamento, cosicché capiranno che potranno vedere il loro figlio giocare in partita nel momento in cui se lo saranno guadagnato e non per un diritto (almeno che il programma non preveda il principio di tempo di gioco uguale per tutti).

Una canzone italiana recita: “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo.” Quale è stato il sogno che ha dato forma al tuo mondo di atleta, allenatore e uomo?
Grande canzone… Voi italiani sapete davvero cantare e scrivere canzoni. Ilsogno che ho sempre inseguito è quello di lasciare il mondo in cui sto vivendo per un posto migliore. Ho deciso di non allenare un solo team, ma di allenare allenatori per massimizzare quel sogno. Certo potrei allenare 12 atleti incredibili ogni anno e fare la differenza su di loro, ma quando fai un corso FIVB o USA e aiuti 50 allenatori, loro se ne vanno con le nuove idee che gli hai dato e anche se stessero allenando un solo team di 12, tu hai già aiutato 600 atleti ad avere una miglior esperienza di volleyball e di vita. Internet aiuta. Grazie ad un grande amico Hewlett Packard e alla fine Tom Jack, USA VOLLEYBALL è uno dei primi siti Web su Internet. Quando lo ideammo, il mio capo di quel tempo voleva licenziarmi per aver speso tempo su quella “cosa di Internet”. Io sapevo che quel modo di comunicare avrebbe impattato il mondo dello sport in mille modi e avremmo potuto condividere meglio la scienza, fatti, e opinioni di ricerche tra gli sport. Chiaramente, strumenti come questo possono anche essere usati in malo modo. Questo è perché è molto più facile distruggere le cose che non costruirle, (il ché vale anche per squadre, famiglie ed edifici inclusi). Ci vogliono centinaia di persone con educazione per costruire le palestre in cui giochiamo e anni di pianificazione e duro lavoro. Per distruggerle ci si mette un paio di persone senza educazione, un grande bulldozer e semplicemente un paio di giorni.

Albert Camus scriveva: “Se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso.” Ci dai un tuo commento?
Ragazzo in gamba quel Camus! Come ha detto Gandhi: “Se è il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, pensa a conoscere te stesso e a lavorare ogni giorno per essere una persona migliore di quella che eri il giorno prima!”. Ciò è esattamente quello che anche un atleta deve fare nell’allenamento per un paio di ore ogni giorno. Con te stesso comunque, hai la possibilità di migliorare 10 volte di più al giorno.

Quali sono stati i tre giocatori più grandi di tutti tempi nella storia del volley e perché?
Questa è chiaramente una risposta personale. Il primo è Pop Idell che nel 1928, molto prima che ci fosse la FIVB ma quando c’era solo la USVBA (ora USAV) fondó la FIVB. Pop non era solo un grande giocatore, ma un grande innovatore per il nostro sport e ha gettato le basi del futuro per ogni giocatore che è venuto dopo. Poi c’è Lamp Ping. Ho avuto l’onore di vivere con lei e suo marito per vari anni subito dopo che vinse la medaglia d’oro Olimpica nel 1984. Tuttora rimane per me una sorella e la madrina dei miei bimbi. Come giocatrice è stata la regina incontrastata per tanti anni. Quando ha giocato in Italia, ricordo partite dove segnava dai 75 ai 90 punti. Poi, come Pop, ha continuato a contribuire a far crescere il nostro sport allenando la Cina, portandola alla medaglia d’argento delle Olimpiadi del 1996, portando gli USA alla medaglia d’argento nel 2008 e di nuovo la Cina alle olimpiadi del 2016. Mi ha insegnato che “vincere o perdere sono cose temporanee, l’amicizia dura per sempre”. E in ultimo Karch. Certo è stato già riconosciuto dalla FIVB come il miglior giocatore di pallavolo indoor degli ultimi 100 anni, ha vinto tre medaglie olimpiche, due indoor e una nel Beach Volley, ha giocato in Italia magnificamente e ha stabilito il record nell’AVP tour Beach volley. Come Pop e Lang Ping, ha iniziato a ridare indietro allo sport quello che aveva ricevuto e in soli sei anni da allenatore a livello internazionale, ha guidato la nostra squadra femminile americana alla prima medaglia d’oro nel campionato del mondo FIVB dopo 62 anni. I grandi, nella mia modesta opinione, non giocano semplicemente in maniera grandiosa, ma fanno crescere lo sport altrettanto in maniera grandiosa, ben dopo che loro hanno smesso di giocare.

Perché consiglieresti ad un genitore di far praticare al proprio figlio uno sport come la pallavolo?
Perché la pallavolo è uno sport per la vita. Quando insegno a dei bambini, mi assicuro che loro sappiano che la rete con cui giocano sarà alla stessa altezza per i prossimi cinquant’anni della loro vita. Perché agli USA volleyball US Open ogni anno, abbiamo campioni nazionali di 79 anni o anche più vecchi, quindi c’è tanto tempo per crescere e diventare migliori. Negli USA, ci sono tanti campionati misti, dal momento che è uno sport molto sicuro e senza contatto, potendo giocare con gente di diverse età e di entrambi i sessi (è uno sport dove ci sono pochi traumi fisici confrontati con il calcio, il basket, l’hockey e lo sci). Molti matrimoni sono nati dai campionati misti, trovando il partner o nella propria squadra o in quella nel campo avversario. Può essere giocato sul prato, sulla sabbia, sulla neve, nello sporco, sull’asfalto o in una bella palestra; puoi giocare uno contro uno, come Morgan aveva detto all’inizio, oppure nove contro nove come fanno i cinesi. Inoltre sono orgoglioso per le due aree in cui ho lavorato: il paravolley (il mio primo lavoro nel Sitting Volley Ball è stato come produttore delle Olimpiadi di Atlanta del 1996 e poi ho fatto quelle del 2012 e farò anche le Paralimpiadi del 2016) e negli ultimi sei anni sono stato direttore del campionato dei Wounded Warrior Games. Esorto tutti a spingere per il Sitting Volley. Nella foto ci sono due persone che potreste conoscere, il principe Harry che schiaccia su Misty May. Una delle mie foto preferite (sono stato un fotografo per oltre cinquant’anni). L’altra in bianco e nero ritrae mio padre che gioca a beach volley negli anni ‘40. Sono stato per due volte primo allenatore delle nostre squadre americane di Pan Am Beach e team leader per il 2000, squadre che hanno portato a casa una medaglia d’oro negli uomini. Tutto ciò è grandioso, ma il mio risultato migliore nel beach volley è stato ideare la Vail King of the Mountain Father-Child, torneo giovanile che si gioca nel giorno della Festa del Papà. Per oltre 10 anni in quella domenica speciale i miei figli hanno decorato la mia macchina con frasi e ho giocato in doppio sul prato con mio figlio o mia figlia; poi guidavamo verso casa fermandoci a pescare lungo la strada finché non veniva buio. Quindi potete immaginare come io sia orgoglioso di mio figlio quando la scorsa estate è diventato il più giovane in 42 anni a vincere il torneo Motherlode Men’s Open Doubles (torneo che io ho vinto nel 1974). Questo è davvero uno sport meraviglioso per tutta la vita!

Quale domanda avresti voluto sentirti porre e che invece non ti hanno mai fatto?
Hmmmmm… Riguarda l’aiutare gli altri sport, non solo la pallavolo, ad avere successo, penso. Perché lo faccio? Negli Stati Uniti ci sono 60 milioni di bimbi. 25 milioni fanno sport al di là dell’educazione fisica a scuola. Quando un allenatore dice “quello sport ha rubato i miei atleti” dico semplicemente di no, che hanno trovato uno sport migliore per loro e gli dico: “Vai e prendi uno dei 35 milioni di bimbi che non stanno facendo sport adesso.” Legato a quest’idea c’è la parola collaborazione. Condivido idee per insegnare attività motorie con molti altri sport, e li aiuto a crescere nella loro organizzazione del sistema di gioco. Come le quattro reti su una corda che abbiamo nella pallavolo giovanile, ottenendo quattro piccole reti in una palestra, che possono essere abbassate per giocare a badminton, tennis giovanile e sitting volley. Lavorare con altri sportsignifica anche fare in modo che se si escludono giocatori dalla tua squadra, si danno loro altre opzioni di sport dove potrebbero fare altre esperienze. Penso anche che gli allenatori debbano diventare più bravi nel raccontare lo sport, come quando eravamo piccoli e ci raccontavano le favole della buonanotte, e non elencando risultati. Siamo fatti per ricordare belle storie, quindi dobbiamo insegnare di più raccontando storie. Per esempio, una giocatrice che abbiamo tagliato quando vivevo e allenavo in Australia, una centrale alta, forte ma senza un grande salto, l’ho messa in contatto con il programma AUS Canottaggio: ha stabilito il record sul vogatore quella prima settimana e in 6 mesi ha vinto la medaglia d’oro nel campionato del mondo nella gara di canottaggio donne a 8 e 4. Sfido tutti a fare meglio! Qundi, non dobbiamo far smettere i ragazzi di fare sport, ma dobbiamo trovare il modo di farli continuare a giocare a pallavolo o di trovare uno sport migliore per loro.

Grazie per il tuo tempo dedicatoci e grazie per l’esempio che sei per tutti noi.
Sono onorato di avere la possibilità di condividere alcuni pensieri con la Scuola di Pallavolo Anderlini, leader nel paese in cui sono stato così fortunato di aver vissuto e aver giocato… E chissà, forse anche mio figlio lo sarà… L’Italia è una nazione speciale per me, mio padre e il padre di Kirk Kilgour, grande campione di Volley che ha giocato a Roma a metà degli anni ‘70, erano nella stessa confraternita all’università (a USC), quindi, essendo io un mancino come Kirk, lui era il mio eroe e il mio numero di maglia, quando possibile, era il 13 come il suo e come ora quello di mio figlio Cody. Rimasi in contatto con Kirk anche dopo il suo infortunio del gennaio 1976 che lo relegò sulla sedia a rotelle e l’ho visto spesso fino a quando non se ne è andato. Anche i miei figli hanno avuto modo di conoscerlo. Spero che queste idee possano aiutare i nostri giocatori futuri, i genitori e gli allenatori. Grazie per l’opportunità di condividerle con voi.