Andrea Zorzi è uno di quei campioni che occupa pagine intere di Wikipedia ed uno dei pochi atleti che anche le nuove generazioni che non lo hanno visto in campo, sanno chi è. Da eterno avversario con la Santal Parma o da paladino della nostra Nazionale, quando ci si riferisce ad Andrea si pensa sempre ad una straordinaria carriera fatta di Mondiali, Olimpiadi, scudetti e coppe Italia, ma Andrea cosa ricorda dal punto di vista sportivo ed etico come momento cruciale di questa carriera?
Dopo il periodo della Nazionale Juniores ho potuto lavorare con grandi allenatori e compagni fortissimi, con un potenziale tecnico sicuramente superiore al mio. Ho sempre pensato di essere lì principalmente per la mia altezza (dote importante che nessuno ti insegna, ma che non basta…), per questo mi sentivo un po’ a rimorchio. Quando nel 1985 mi chiamò la Santal per andare a giocare a Parma fu la prima conferma, almeno formale, che valessi qualcosa. Poi, a seguire, le vittorie internazionali e l’Europeo nell’89, sono state il vero giro di boa che ha dato a tutti noi la convinzione che potessimo essere attori di questo sport. Sul piano etico non credo di aver avuto momenti cruciali ma penso che l’educazione che mi hanno dato i miei genitori e l’ambiente genuino, senza troppe distrazioni, in cui sono cresciuto, hanno fatto sì che ho vissuto la mia adolescenza, con una grande regola: “mi chiedevo sempre, prima di fare qualcosa, cosa avrebbe detto mio padre se l’avessi fatta? Anche se i miei genitori vivevano a molti km di distanza, la loro educazione mi ha sempre guidato e li ho sempre sentiti presenti nei passi della mia vita.

Nella nostra carta etica, ed in particolare nella sezione specifica dedicata agli atleti, ci siamo soffermati sul rispetto delle regole del gruppo squadra, cosa ne pensi a riguardo?
Lo sport vive sulle regole; è una palestra di vita per imparare a muoversi tra i paletti delle regole. In un mondo in cui troppo spesso le regole sono delle sfumature, lo sport ci insegna a rispettare regole chiare e precise alla base della convivenza, purtroppo però lo sport non è sempre garanzia di educazione ma è sicuramente una bella occasione.

Ti è mai capitato di non condividere le scelte del tuo allenatore? Come ti sei comportato?
Un altro insegnamento del mondo dello sport è che avere idee diverse è umano. Credo sia normale che un giocatore a volte non sia d’accordo con le scelte del proprio allenatore, ma mentre il giocatore ha una prospettiva da singolo, più limitata alla propria persona, l’allenatore ha una fotografia più precisa dell’intera squadra. Nasce proprio da questa differenza la difficoltà di riuscire ad immedesimarsi nel ruolo dell’allenatore per riuscire quanto meno a capire, se non a condividere, le scelte dei tecnici. Se un giocatore non è d’accordo con l’allenatore ha solo due possibilità: una è quella di chiedere, in modo appropriato,spiegazioni, l’altra di non farsi troppe domande per aspetti che non gli competono e cercare di giocare al meglio ogni qualvolta venga data la possibilità. Questo è difficile e a volte frustrante, ma è l’unica scelta positiva che il giocatore può fare.

Cosa rappresenta per te una sconfitta in campo? Come si può superare?
La cosa straordinaria della sconfitta è che nessuno la vuole. La letteratura sportiva ci insegna che alcuni tra i più grandi atleti che hanno vinto moltissi mo, hanno avuto grandi motivazioni perché odiavano così tanto perdere che hanno fatto di tutto per vincere. La sconfitta deve essere quindi la motivazione per tornare in palestra, per lavorare sugli errori ma senza pensare troppo alla sconfitta, che deve far già parte del passato, lavorando sempre al meglio e guardando avanti. La sconfitta più dolorosa che ricordo è sicuramente la finale ad Atlanta, anche se non giocai tantissimo, perdere un’Olimpiade, così ben giocata, per un solo punto è difficile da dimenticare.

Per un atleta quanto è importante nello sport mantenere uno stile di vita sano e come ci si può riuscire nonostante le numerose tentazioni?
Io non ho mai dovuto fare tantissime rinunce. Stare in palestra con i miei compagni era tutto quello che volevo fare, inoltre mi sentivo al sicuro dall’imbarazzo che provavo per la mia altezza in altri ambienti frequentati dai ragazzi della mia età, come locali e discoteche. Il sano stile di vita per me è sempre stato la normalità… non ho mai fumato, nè ho mai sentito la necessità o la curiosità di provarlo, gli stravizi a tavola mi capitavano di tanto in tanto, ma proprio perché sporadici li recuperavo in fretta. Io ho fatto parte di un gruppo in cui il sano stile di vita era naturale, non era necessario mettere il coprifuoco o imporre un’alimentazione particolare, lo si faceva come se non ci fosse stato altro. Chi pratica molto sport conosce bene il proprio corpo e quali sono le conseguenze negative di certi comportamenti scorretti, sia alimentari che di riposo, quindi dovrebbe sapersi porre da solo qualche limite… Poi diciamocelo è più bello fare baldoria una volta ogni tanto che farlo sempre e perdere anche il gusto dello stravizio…

Qual’è è il principio che ti ha definito come atleta e che hai mantenuto come riferimento anche nella tua vita personale e professionale?
Ora che ho cinquanta anni, un po’ anche per l’esperienza che ho vissuto con il teatro, mi capita spesso di ripensare a quello che ho fatto da ragazzo, da atleta e da giornalista e credo di avere avuto la fortuna e la capacità di amare tutte le cose che ho fatto. Senza la presunzione di dire che ho fatto solo scelte giuste, la sensazione è che mi sono sempre appassionato alle cose che ho fatto, dedicandogli impegno e studio. Anziché sprecare energie nel pensare a cosa vorremmo accadesse nella nostra vita, è più utile ma soprattutto più efficace e soddisfacente affrontare ciò che ci si trova davanti e lavorare con impegno cercando quello che di bello c’è e quello che si può fare.

Recita un vecchio adagio “se ci si orienta solo al frutto non si coglie la bellezza dei fiori”. I settori giovanili sportivi stanno andando in questa direzione… cosa ne pensi?
Se si parla di sport, soprattutto in Italia, si pensa solo allo sport come attività professionistica, fatto di persone ricche e famose. Tutto ciò che non rientra in questo non è considerato sport. I settori giovanili sono visti solo come un modo per entrare in questo mondo, un serbatoio per alimentare lo sport di grandi campioni, ma come sappiamo solo alcuni avranno la capacità e la possibilità di arrivare alla punta della piramide. Dalle ultime statistiche si scopre che non c’è una connessione diretta tra il numero di praticanti e numero di campioni. Il settore giovanile deve essere visto come grande opportunità, come vantaggio sociale e non solo come un mezzo per vincere. In Italia molti ragazzi tra i 14/15 anni smettono perché capiscono di non poter diventare un campione. Purtroppo il mondo attuale propone stupidamente un modello che è fatto solo di vincenti, ma è insostenibile. Fa parte della nostra cultura occidentale essere soddisfatti del proprio lavoro solo se emergi dalla media, solo se gli altri ti reputano il migliore. Difficile dimostrare ai ragazzini che non è così. Con questo non voglio negare l’aspetto fondamentale della competitività, guai, ma lo sport dovrebbe rinforzare il “piacere di fare”, anche e soprattutto per gli adulti. Riscoprire il piacere di fare semplici attività motorie non per forza legate ad un risultato.

Lancia un tuo messaggio a tutti i ragazzi che fanno sport e che ci stanno leggendo in questo momento e a quelli che, forse, ci leggeranno “domani”.
Dopo la sconfitta di Barcellona ’92 Velasco ci disse: “bisogna essere grandi anche nelle sconfitte”. Vale a dire ricomincia subito anche quando sei nel buio della sconfitta. E per rendervi meglio l’idea vi ripeto una frase che recito in teatro nel mio spettacolo: Messner quando stava attraversando il Polo Sud a piedi nei momenti difficili pensava: “che cosa posso fare davanti ad un infinito orizzonte di gelo e di ghiaccio. Cammina e pensa solo al prossimo passo. Ci sono milioni di passi da fare ma sono troppi non potrai sopportarli. La tua unica speranza è fare il prossimo passo. Se no ti fermi”.

Pubblicato su Scuola di Pallavolo Anderlini News n.89/2015

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