Ogni organizzazione, entità o associazione, in particolare sportiva, si dovrebbe assumere la responsabilità sociale dei propri comportamenti e valri.

Questo significa includere la conoscenza – a distanza – degli effetti delle proprie azioni, sul mondo e sugli altri. Per cui è necessario porre attenzione non solo agli aspetti tecnici ma anche a quelli gestionali poiché, con il proprio comportamento, tutti gli operatori sportivi (dirigenti e tecnici) possono influenzare l’ambiente di riferimento nella prospettiva della socializzazione e delle funzioni educative. In altre parole il valore sociale dello sport e dell’organizzazione di riferimento non può essere semplicemente considerato in termini di risultato ma dipende soprattutto dalla qualità del contesto, dalla competenza degli operatori coinvolti e dalla capacità di sostenere e affrontare i bisogni dei diversi attori. In particolare, in un contesto giovanile, quale la Scuola di Pallavolo Anderlini, dove tanti giovani devono crescere socialmente, psicologicamente e culturalmente, imparando a riflettere su un sistema di valori, è più che mai necessario assumere
un comportamento sociale coerente e responsabile.

Ognuno di noi, indipendentemente dal proprio ruolo, deve aver chiaro che il proprio comportamento produce effetti a breve e a lungo termine su noi stessi, sul gruppo di appartenenza e sull’altro, diventando modello da seguire e imitare, in circostanze analoghe. Con questi concetti siamo a chiedere un opinione autorevole a due personaggi importanti per la nostra comunità, quali il Sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli e l’Assessore allo Sport Giulio Guerzoni.

Muzzarelli, Io sento l’esigenza di ricostruire un tessuto comunitario di cittadini responsabili che si mettono in campo per guardare insieme ad un futuro. La nostra comunità fatica a stare nelle regole e noi fatichiamo a fare regole chiare e semplici: le due cose diventano una miccia. Una volta i ragazzi facevano il militare o il servizio civile ed erano costretti a misurarsi sul tema valoriale di carattere generale o su regole semplici. Oggi la nostra comunità offre molte opportunità per fare sport, per creare aggregazione e stare all’interno di gruppi. Il tema è come starci: se ti senti co-protagonista, se ti senti un pezzo della comunità, se ti senti impegnato non per andare a sfruttare quello che in quel momento ritieni che sia utile per tuo figlio. L’altro aspetto è il rapporto del rispetto con queste vostre associazioni, che molti genitori usano ma di cui non hanno rispetto.

Non crede che la società sportiva abbia acquisito un’importanza strategica per trasmettere questi valori?
Muzzarelli, Sono d’accordissimo, ma dobbiamo ricreare “dentro al tanto che abbiamo” la mentalità educante e quindi le regole, i luoghi dove i dirigenti danno il buon esempi. Questo serve per lo sport ma serve anche per la nostra comunità. Dobbiamo reinvestire sui luoghi di aggregazione, riferimenti etici certi, che devono essere fondamentali sia per i ragazzi ma per le famiglie. Lo sport è regola: quanti potenziali campioni abbiamo perso perché non avevano la testa. Abbiamo bisogno di un livello più alto di risposta perché adesso stiamo calando i livelli dei fondamentali. Non abbiamo più neanche i livelli di conoscenza delle nostre radici. Non sappiamo da dove veniamo e dove dobbiamo andare. Si può partire dal rafforzare ciò che abbiamo sul territorio cioè i giovani, la scuola e le società sportive.

Assessore Guerzoni, cosa significa assumersi la responsabilità sociale?
A mio avviso la responsabilità sociale può essere riassunta con questo concetto: mentre faccio ciò che mi contraddistingue e che mi interessa, vivo in un contesto che condivido; bisogna agire, quindi, un po’ meno in senso individualista e ricordarsi che le proprie azioni devono avere il rispetto per quelli che ti stanno attorno. Nel nostro agire risentiamo del condizionamento di un certo mondo dell’impresa e della finanza: io faccio business e “mi lavo la coscienza” facendo donazioni; questo non credo proprio che si possa chiamare responsabilità sociale di impresa. Se trasporto questo concetto allo sport non facendo pagare la retta di qualunque tipo di attività sportiva alle famiglie disagiate è un’azione premurosa e meritevole ma non si può esaurire lì la responsabilità sociale dell’impresa. Il comportamento della responsabilità sociale è qualcosa di trasversale a 360° che coinvolge qualunque tipo di nostra scelta e di modalità ad affrontare i problemi. La responsabilità sociale d’impresa non è solo un pezzo del nostro essere, non è solo un pezzo del nostro agire, ma qualcosa in cui crediamo davvero e che orienta fortemente le nostre scelte. Quindi se io opero in una società sportiva, oltre al risultato agonistico che reputo legittimo, devo mettere in campo una serie di azioni programmate che devono evidenziare gli obiettivi della mia attività tenendo conto di coloro con cui ho a che fare e di che cosa succede intorno a me, solo così si può parlare di vera responsabilità sociale.

Esiste una “spaccatura” tra le agenzie educative e il giovane, abbiamo difficoltà a far rispettare le regole. Dipende dall’avere valori diversi o da altro?
Guerzoni, Sono venuti a mancare i denominatori sociali in questo mondo post-moderno che indipendentemente dalla nascita, dalla famiglia o dalle preferenze personali, ci accompagnavano nella nostra vita. Un importante denominatore era rappresentato dal servizio di leva militare obbligatoria che oggi, come ben sappiamo non esiste più. Rimangono scuola e sanità. Gli enti pubblici hanno bisogno di denominatori sociali comuni che negli ultimi tempi si sono “sfilacciati” venendo anche un po’ a mancare. La scuola è il luogo dove si insegnano i valori e sicuramente c’è stata qualche difficoltà in questo a causa anche probabilmente della mancanza di esempi “trascinanti”. I valori positivi si ritrovano negli ambienti in cui c’è la voglia di mettersi in gioco senza avere un tornaconto diretto e nelle persona che dedicano parte del loro tempo,” nostra risorsa infinita” a beneficio degli altri e della comunità a cui appartengono. A tal proposito ritengo che sia ammirevole, giusto e corretto che esista una CEA (Carta Etica Anderlini) che è il quadro a cui tendere ed entro il quale muoversi. Oggi è ancora più importante che ci siano strumenti di questo tipo che si declinano poi in attività pratiche ed in questo caso sportive. C’è la necessità di avere questi documenti “di riferimento” e di avere degli strumenti che seguano il cambiamento della società la quale sta subendo importanti mutazioni e complicanze con una velocità difficilmente riscontrabili nel passato.

L’etica potrebbe essere un freno al risultato?
Guerzoni, Sono due concetti diversi, ma non sono in contrapposizione. Tutto è etica. Lo sport senza etica non esisterebbe, ma può esserci anche una cattiva etica: l’etica del risultato può essere positiva o negativa. Dobbiamo decidere se l’etica la vogliamo rispettare oppure no e se vogliamo rispettarla, lo sfondo è quello dei valori. Si può essere rock star e amare la musica, ma non c’è scritto da nessuna parte che per essere rock star devi utilizzare droga! La ricerca del risultato può avere un connotato buono o cattivo, dipende da come lo ricerchiamo!

Pubblicato su Scuola di Pallavolo Anderlini News n.87/2014

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