“Se accettate di vivere nella misura dell’uomo, tutto intorno a voi acquisirà la misura dell’uomo.” Jean Giono

Finisce un’epoca. Siamo alle ultime battute dell’ultimo atto. È triste. E ovattato. Qualche scoppio in lontananza. Qualche boato. Cupo. Qualche luce, anche. Subito inghiottita dalla nebbia. O era fumo? Tanti non vogliono. Non vedono. Non accettano. Chi vede, tace. O trema. Qualcuno parla. Ma non dice. Non rivela. Così, di conseguenza, nulla cambia. Non ci sono scuse. Non più, ormai. Sono passati venticinque anni da quando un’alternativa nei nostri pensieri più arditi, comunque, c’era. Brutta. Cattiva. Inapplicabile. Ma… diversa. E questo era già sufficiente.
L’essere umano ha bisogno di un’alternativa. Sempre. Quando invece non ne ha, succedono inevitabilmente due cose: prima, si convince che quell’unica strada rimasta sia la migliore; poi – quando si accorge di avere mentito a se stesso – si arrabbia e reagisce. Retroagisce, come direbbe un bioeconomista.
Quali sono i tempi di retroazione? Vedremo. Ma stanno rapidamente scadendo. Il Capitalismo è l’unica grande idea rimasta, il nostro oppiaceo in saldo venduto sulle bancarelle di seconda mano di ogni mercatino sotto casa. Ci spegne. Ci addormenta. Piano piano. Prima del Capitalismo, le ultime grandi Idee che, spettrali come il vento, avevano attraversato tutto l’Occidente furono i totalitarismi. Prima ancora, fu l’Illuminismo. Le soluzioni Positive. Tutte Idee fondate sul principio celebrativo dell’Uomo. Della sua inarrestabile potenza. Capace di eleggerlo da arbitro incontrastato ad unico artefice del proprio destino. Poi, come argomentò il più grande filosofo della modernità, dio morì.
Qualche sociologo ama definire questa successione di idee, di ideali e di ideologie con un termine non troppo noto, Antropocene: una vera e propria fase dell’evoluzione umana, in cui la nostra specie ha ferocemente creduto di poter controllare tutto e tutti. A livello energetico, questa euforia antropocentrica è stata consentita dalla disponibilità su larga scala dei combustibili fossili. Superomismo termodinamico, potrebbe dire sempre quel bioeconomista. La parabola dell’affermazione umana rischia di sovrapporsi a quella della disponibilità energetica e di materie prime. Finite quelle, finito il gioco.
E lo vediamo ogni giorno quanto siamo antropocentrici! Ad occhi chiusi, ci agitiamo frenetici e inquieti, non smettendo per un solo attimo di alimentare quel modello logoro e logorante di crescita ipertrofica. Vogliamo consumare, sprecare, avere, ottenere, competere, eccellere, trionfare. Sempre di più. Siamo in funzione di quello che abbiamo. Quindi, per essere sempre di più, dobbiamo avere sempre di più. Da esseri umani ad “averi umani”. Che tristezza. E se non fosse invece questa, la misura dell’uomo? Se i valori che ci aspettano all’orizzonte fossero cooperativi? Se dovessimo infine scoprire che, anziché correre a perdifiato all’inseguimento di effimeri traguardi, è molto meglio per il nostro benessere vivere basso e pensare alto? Ridimensionando il nostro potere sugli eventi, rannicchiandoci all’ombra di un’ambizione collettiva ormai definitivamente dissolta e scoprire infine che – dissoltasi appunto quella – non c’è ormai più niente che faccia ombra e verremo quindi finalmente baciati dal Sole?
È triste, molto triste, vedere tutti quelli che, come formiche impazzite, non si accorgono di quanto sta accadendo. E si sbattono, parlano, ciarlano, prevaricano, ostentano, difendono, pugnalano. Ma che cosa difendiamo, in nome di quei due soldi che siamo forse riusciti a mettere da parte? Abbiamo prostituito la nostra ragionevolezza, per illuderci di poter inseguire a oltranza una ricchezza che si rivelerà soltanto materiale. Ci facciamo deliberatamente ipnotizzare dai media per convincerci che tutto sia ancora come prima: occupazione, consumismo, pensioni, seconde, terze e quarte case, vacanze esotiche. È solo questo, il fragile rantolo del nostro inconscio, che ci ha fatto accettare ogni infamia per aderire a un modello deciso a tavolino da altri. Qualcuno ci ha astutamente messo davanti al naso per decenni un ultimo stoppino e ce lo ha acceso. Ma non è il principio di un fuoco, come inizialmente sembrava possibile: è un lumino. Funebre. Anche se ancora non lo sappiamo. Perché non ce lo dicono. E, con un ultimo fiato, lo abbiamo spento. E, se non cercheremo soluzioni alternative di convivialità, se non scopriremo i nuovi valori che dovremo abitare collettivamente, ci ritroveremo nuovamente al buio.
Che peccato. Che peccato arrendersi proprio ora, dico. Ora che c’è un mondo nuovo da costruire, là fuori. E non ce ne accorgiamo. Ci sono sogni, idee e prospettive da accarezzare. E, più in Italia che in ogni altra parte del mondo, ci sarebbero i presupposti per costruirlo insieme, quel sogno. Per ridare ai nostri cuori e alle nostre menti un’alternativa. Chiamatela rifiuto, chiamatela missione, chiamatela impegno sociale, chiamatela rivoluzione dei cuori. Della coscienza o della saggezza. Non importa il nome. Ma qui ci sono i prerequisiti. Fuori e dentro di noi. Apriamo le porte, è ora. E facciamo tre passi. Ma… avanti, questa volta. Gli auguri, se ci servono, non aspettiamoceli da nessuno.
Siamo perfettamente in grado di farceli da soli.