Negli ormai numerosi interventi che ho tenuto pubblicamente negli ultimi diciotto mesi (conferenze, presentazioni, workshop, eccetera…) c’è una sezione che non faccio mai mancare, perché riscuote regolarmente un interesse molto acceso.
Si tratta di una rappresentazione in cui 8 bisogni fondamentali dell’essere umano, di cui 3 fisiologici (necessari cioè per la sopravvivenza) e 5 accessori (comunque fondamentali per condurre un’esistenza gradevole), vengono incrociati da un lato con le prassi consolidate negli ultimi decenni e, dall’altro lato, con le tendenze che ci sono in atto nella società e che vengono scientificamente ignorate dai grandi circuiti informativi mainstream. Circuiti informativi che – mi si consenta questa amara ma necessaria parentesi – hanno recentemente di- mostrato al mondo intero la loro strutturale inadeguatezza nell’intercettare i grandi cambiamenti del presente, non essendo stati capaci di anticipare (ex ante) o di interpretare (ex post) né la Brexit, né l’elezione di Donald Trump.

Preso quindi atto che non potremo aspettarci da televisioni e giornali di massa chiavi di lettura per il futuro che ci aspetta, diventa quindi necessario affidarsi a chi ha dato prova di lungimiranza sociologica ed economica. Ed è forse questo il motivo per cui, quando mostro questa slide a studenti, sindaci, amministratori o persone comuni, tutti sembrano fermarsi un attimo e fioccano le domande:

Per ognuna delle voci che compaiono nei riquadri della colonna di destra si potrebbe (anzi: si dovrebbe) tenere un seminario di mezza giornata. Ma non lo si fa. Perché la colonna di destra è… pericolosa. A volte la faccio precedere dal simbolo VM18. E’ infatti una colonna con tendenze… vietate ai minori! Perché preannuncia – o in qualche caso già consuntiva – i nuovi stili di vita che contraddistingueranno la popolazione occidentale, or- mai sempre più disillusa dagli schemi mentali e dalle logiche comportamentali del secolo scorso, univocamente orientate alla crescita e all’espansione indiscriminate. In una parola: al delirio accrescitivo umano. Una follia a cui ormai nessuno crede più, ma che ci fa comodo continuare ad accarezza-re a livello inconscio, se non altro per un fenomeno noto in psicologia come “dissonanza cognitiva”: anche se le evidenze contraddicono le nostre convinzioni (come quella che potremo continuare a crescere all’infinito in un pianeta dalle risorse finite), noi ci ostiniamo a credere a delle assurdità, pur di non scalfi e le nostre credenze.

Bene, al di là di questa lunga premessa, ho scelto di scrivere questo arti- colo per preannunciare un evento a cui parteciperò a Modena il prossimo 7 marzo, proprio perché esso si col- loca alla perfezione nell’incrocio tra la colonna del “Nuovo Mondo” e quella del bisogno di “istruirsi”. L’evento sarà la proiezione in prima nazionale assoluta di “Figli della Libertà”, il nuovo film realizzato dai ragazzi del progetto Unlearning, un documentario del 2015 che ha riscosso un successo sensazionale in tutta la penisola, illustrando come sia possibile educare un figlio anche al di fuori dei circuiti pedagogici istituzionali.

In parole più semplici: non mandandoli a scuola. Sembra una provocazione, ma non la è. Diversamente dalla legislazione di altri Paesi (come ad esempio la Germania e la Svezia), in Italia la Costituzione recita che ad essere obbligatoria sia l’istruzione, ma non la scolarizzazione. Di conseguenza, lo Stato ammette che possano essere le famiglie ad educare autonomamente i propri figli, purché siano in grado di fornire ad essi tutti i precetti per condurre una vita sana e in armonia con la natura o, più in generale, con il contesto che andranno ad abitare. Stiamo parlando di scelte forti. Più o meno come quella di chi, esattamente tre anni fa, ha deciso di ripudiare di punto in bianco il mondo del lavoro stipendiato, per orientare la propria esistenza all’insegna della suffiCienza e del minor impatto ambientale possibile: ne conoscete qualcuno? 😉

Esistono due forme di educazione parentale: la prima è quella che viene defiNita “home-schooling” e che prevede che siano appunto le famiglie – magari consorziandosi – a impartire l’educazione necessaria ai propri figli, sottraendoli così agli standard educativi tradizionali di scuole elementari, medie e superiori, spesso orientate non a crescere dei cittadini coscienziosi, ma dei consumatori ubbidienti. In questa variante, la famiglia si impegna a concordare con l’istituzione scolastica obbligatoria un esame di fine anno, che consenta la reciproca verifica dell’ottenimento di risulta- ti non dissimili da quelli che avrebbe previsto la regolare iscrizione alla scuola. La seconda versione, definita “un-schooling” è ancora più estrema e prevede che la famiglia, non riconoscendo all’istituzione scolastica alcuna facoltà educativa, non si pre- occupi nemmeno di condividere una verifica annuale dei risultati raggiunti. Qualcuno penserà a questo punto che si tratti di scelte folli e scriteriate. A questo qualcuno lascio che a rispondere siano le oltre settecento persone che da tutta Italia si sono radunate anche l’anno scorso, per la quarta volta, a Rimini, dove ho avuto il piacere di tenere una conferenza sui nuovi modelli culturali in atto.