“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile
che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore… ciò che vuoi…
Una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi: canta, ridi, balla, ama… e vivi intensamente ogni momento della tua vita…
prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.”
Charlie Chaplin

Bastone. Carota. Bastone. Carota. Il circolo vizioso è apparentemente interminabile. Ti senti come il famoso criceto nella ruota: corri a perdifiato, senza un obiettivo preciso, e non avanzi di un millimetro. Qualcuno ha deciso. Per te. Prima di te. Indipendentemente da te.
Quindi rifletti. Valuti. Soppesi. Pianifichi. Decidi. E lo fai. Ti lanci. Esattamente un anno fa, proprio mentre la disoccupazione supera in Italia quota 13% (quella giovanile è lanciata come un treno verso quota 50%), capisci che è il momento di farlo.
“Cosa può spingere un giovane a mollare un posto di lavoro fisso, prestigioso e ben retribuito?” mi chiesero qualche mese fa, durante uno streaming sul web.
“Cosa può spingere quel giovane a cercarlo, quel posto di lavoro!” risposi io. “Un posto di lavoro che in tantissimi casi si trasforma nella gabbia d’acciaio della modernità, all’interno della quale vieni spremuto finché ce n’è un pezzo, dove l’unica cosa che conta è la produttività, l’arrivismo, la spregiudicatezza, l’accumulo monetario. In una parola: il profitto.”
Perché questo? Perché devi aderire a un modello. Un sistema di (dis)valori che qualcuno ha deciso per te. Si chiama consumismo. Fatto di mode, omologazione, ostentazione, spreco.
E allora, quando il quadro diventa chiaro, ti lanci, incurante del fatto di avere un paracadute sulle spalle. Perché il paracadute, se ci siamo preparati bene, ce l’abbiamo già nella testa. E soprattutto nel cuore. E, se siamo stati proprio bravi, potremmo addirittura scoprire di avere sulle spalle non un paracadute, ma… un paio d’ali.

Proprio in questi giorni, a un anno esatto dalle mie dimissioni, comincia in tutta Italia la distribuzione del mio primo libro: “Vivere Basso, Pensare Alto …o sarà Crisi vera”, una via di mezzo tra un diario personale e un saggio sullo stato di salute socioeconomica di questa nostra malconcia penisola. Alla scoperta di un nuovo modello all’orizzonte, dei criteri per la sua progettazione e delle tappe necessarie al suo raggiungimento.
Non credo quindi che esistano parole migliori di quelle del più grande genio del cinema per descrivere il crocevia di emozioni in cui mi trovo adesso. Chi mi conosce da vicino credo possa immaginarle. Perché in fondo, lo sappiamo bene: sono sempre e soltanto le aspettative a fregarci. Quelle degli altri e, soprattutto, le nostre. Esse rispondono a un palinsesto di convinzioni e di convenzioni che molto spesso forgiano quella gabbia d’acciaio, appunto, oltre le cui sbarre siamo convinti di non potere andare. Convinzioni e convenzioni economiche. Sociali. Religiose. Cioè: culturali.
“E se quella prigione non esistesse?”, mi sono chiesto. “E se gli unici condizionamenti che scegliessimo consapevolmente di assecondare diventassero quelli del nostro cuore?”
In questo caso, le sbarre di quella prigione si rivelerebbero ben presto assai fragili, indicandoci una via di fuga. Unico, fondamentale requisito: possedere una rotta precisa. Una mappa dei sentieri. Che dovrà essere rigorosamente redatta da noi stessi, o insieme alle persone con cui scegliamo di condividere il nostro percorso. No, non ho mai detto (né mai dirò) che sia un’impresa facile. Dico soltanto che è possibile. Soprattutto, se cominciassimo a smontare uno alla volta i condizionamenti con cui siamo stati ipnotizzati fino ad ora e, grazie ad argomentazioni il più possibile oggettive, ci persuadessimo che un destino diverso è a portata di mano.

E così ho davvero pensato che i temi che da un anno trattavo quotidianamente all’interno del progetto “Low Living High Thinking” avrebbero potuto trasformarsi in un libro. Un piccolo libro, per l’esattezza. Centoventi pagine di esperienze autobiografiche sul vero cambiamento, di considerazioni e testimonianze dirette, di intuizioni bioeconomiche e valutazioni sociali su questo mondo del lavoro e sul nostro futuro prossimo.
La rinuncia volontaria a un posto di lavoro prestigioso e ben remunerato. Il ripudio dell’ipnosi consumistica fondata sul ricatto merceologico di un’insoddisfazione sistemica. L’incrollabile fiducia nella forza motrice dei propri valori, alimentata dal richiamo della Natura. Una follia spregiudicatamente visionaria. L’urgente riaffermazione della cultura ellenica del limite. La consapevolezza che il cambiamento necessario non sarà quello propagandato dal pressapochismo mainstream, ma una metamorfosi valoriale che parta dalle radici della nostra sensibilità, sia sociale che ambientale. E, per una volta, alla spietata critica del modello in declino si affianca la proposta – chiara e fruibile – di un impianto concettuale alternativo, realmente sostenibile e destinato a soppiantare quello esistente.
Per testimoniare che possiamo finalmente tornare a scrivere in prima persona le leggi che governano la nostra vita e il nostro benessere, occorre un’azione comunitaria, vernacolare e “bassa”, ispirata però da un pensiero corale, responsabilizzante e “alto”. Il XXI secolo ha in serbo per ciascuno di noi qualcosa di grande: non facciamoci cogliere di sorpresa.

Il libro “Vivere Basso, Pensare Alto” è distribuito (quindi ordinabile) nelle librerie di tutta Italia, nei negozi di alimentazione biologica affiliati a TerraNuova e in formato ebook.
Oppure, è possibile ordinarlo direttamente QUI.

Pubblicato su Scuola di Pallavolo Anderlini News n.88/2014

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